Cose che abbiamo imparato dalla pubblicità – Capitolo 1

Cose che abbiamo imparato dalla pubblicità – Capitolo 1
  • Gli uomini non si fanno il Bidet

Ammetto, con candore e innocenza, di aver diviso casa nella mia vita con pochi uomini,  E CHE TUTTI LORO SI FACEVANO IL BIDET. Così, in assenza di apparenti velleità, senza girare per casa roteando una salvietta sull’indice alla ricerca dell’approvazione altrui. Sono arrivata a credere che fosse un’abitudine piuttosto comune, un complemento all’igiene quotidiana che varcasse i confini dei gameti.

E invece basta accendere la Tv e SBAM! Fior di ginecologhe, di “dottoresse ma anche madri” (perché la maternità, ricordiamolo, ti dà 20 CFU extra in qualunque università, ti abbuonano pure un paio di esami), di cicliste con mai risolti pruriti intimi ti consigliano IL! FENOMENALE! PRODOTTO” LAVAPUDENDA!. Ora, mai che ci sia un uomo negli spot.

L’intrinseca femminilità del detergente intimo è ben illustrata dalla Lactacyd, che di recente ha optato per una campagna fotografica a dir poco didascalica (in copertina e anche qui sotto):

lactacyd-intimo-1024x520

L’immagine, ripresa da Giornalettismo, ci permette di introdurre anche la polemica che è scaturita da una scelta del tutto nuova per la pubblicità italiana.

La soluzione adoperata dai creativi Lactacyd è stata quella di utilizzare la parte per il tutto, suggerendo implicitamente l’applicazione topica del prodotto (cosa non scontata: vi ricordate i beveroni a base di Tantum Rosa?).

Molti hanno criticato questo tipo di scelta, che di fatto riconduce tutto l’essere donna ad una parte anatomica ben precisa: un punto di vista ragionevole, ma personalmente non la vedo così. Lactacyd intimo in fondo è un prodotto che ha UNO E UN SOLO SCOPO: da un certo punto ho addirittura apprezzato la “normalizzazione” di una sezione del nostro corpo che c’è, esiste, e per una volta non è rappresentata neppure in modo particolamente volgare.

I commenti più eclatanti, tuttavia, appartengono a queste categorie:

  • Quelli che “eh, ma che la nobilitiamo a fare, la f… è brutta” (marò, pure questo complesso dobbiamo tenere)
  • Quelli che “e per un detergente al maschile che faremo?” (il che riprende alla grande la domanda del mio articolo, ma anche un falso problema: ommioddio, come faremo a riprodurre un pene?)
  • Quelli che “Ma cos’è”?”

Scusate, devo riprendere il terzo concetto:  davvero c’è qualcuno che non riesce a capire a cosa alluda l’immagine? 

Certo, dobbiamo ammettere che la fisiologia riproduttiva femminile sia un tantino più complicata di quella maschile, non tutto è esposto, il termine “vulva” per molte donne è ancora assai confuso. Abbiamo roba dentro, roba fuori: un bel casino!

Tuttavia, come dicono gli esperti del settore: I MASCHI IL SEDERE NON SE LO PULISCONO?

Meno male che Chilly ha deciso di parlare agli uomini grazie a questo spot:

 

 

Un bel culo (accompagnato da un’evidente dismetria degli arti inferiori , povera ragazza a zoppicare così) ci invita a lavarci ai piani bassi. Peraltro apprendo (e qui sono senza giustificazioni, sono cresciuta con una madre e due sorelle, dovrei saperlo) che il momento del bidet è una specie di gioco di società, un momento di convivialità da condividere con le amiche più care! (non sappiamo se a un certo punto arriva un idraulico con un grosso tubo, ma non dimentichiamoci che IL RISCIACQUO è FONDAMENTALE!)

Grazie, Chilly, grazie: adesso sì che gli uomini comprenderanno il messaggio!

(Volete comunicare alla Chilly quanto avete apprezzato questo spot? A questo link  troverete il bell’articolo di Arianna di Occhio allo Spot sulla questione nonché i riferimenti da contattare. Io l’ho già fatto <3)

 

 

Annunci

Cosa leggere durante le vacanze? Sette consigli per comunicatori – I parte

Cosa leggere durante le vacanze? Sette consigli per comunicatori – I parte

Cosa leggere durante le vacanze? Ormai manca davvero poco al grande esodo e quei pochi di noi che ancora lavorano già stanno programmando come trascorrere al meglio le proprie villeggiature. Chi si fa prestare testi da parenti e amici, chi saccheggia la libreria sotto casa, chi riempie il proprio Kindle oltre ogni limite umano: la lettura è un piacere che per molti si esaurisce soltanto nei mesi estivi e che, in poche settimane, viene gustato voracemente.

Per quanto mi riguarda, da brava procrastinatrice seriale, l’ estate per me è il momento in cui tendo ad affastellare tutto quello che non riesco a fare durante l’anno e di solito in cima alla lista ci sono sempre quei 10-15 libri di cui tutti parlano e che io non sono riuscita neppure a preoccuparmi.

Quest’anno sono stata brava, e con un’organizzazione quasi militare sono riuscita a garantirmi una media di 3-4 libri al mese: un lusso che mi ha permesso anche di recuperare qualche classicone che avevo voglia di leggere da tanto e allo stesso tempo di restare abbastanza aggiornata sulle nuove uscite.

Nelle prossime settimane torneremo sul metodo che ho adoperato per ritornare a definirmi, dopo tanti anni, una lettrice accanita: nel frattempo mi godo il vantaggio sulla mia personale scaletta di marcia con una piccola selezione di testi pensata apposta per i comunicatori. Solo uno di questi è un manuale tecnico: perlopiù sono romanzi perché ehi, il fatto di lavorare in uno dei settori più onnicomprensivi di sempre non significa che bisogna lavorare e basta! Sette libri che permetteranno a chi lavora nel nostro campo di crogiolarsi nel dolce far niente senza tuttavia imbarbarsi completamente. Alcuni sono usciti di recente, altri in passato: tuttavia a mio avviso sono tutti testi che a dei comunicatori possono dare molto. Una sorta di compiti delle vacanze, diciamo. 

Cosa leggere, dunque, durante le vacanze? Andiamo!

Per imparare a fare storytelling potente su fatti di cronaca: 

Non posso che citare il mio ultimo amore: A Sangue Freddo, di Truman Capote,  (1966). Ammetto di aver trascurato per anni il buon Capote: di lui avevo letto solo Colazione da Tiffany (come tutte le ragazze un po’ tamarre nate negli anni ’80 ho avuto la mia brava Audrey Hepburn mania) e benché lo avessi apprezzato non mi aveva stregato al punto tale da insistere con altri testi. Solo quest’anno, complice un interessante corso di formazione promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Campania, spulciando tra i vari testi suggeriti ho recuperato quello che oggi è considerato, a ragione, Il primo grande esempio di “Romanzo- Reportage” (in inglese: non-fiction novel)

Se oggi tutti i salotti buoni della comunicazione si riempiono di bocca di Storytelling (Siamo tutti NARRATORI! DI! STORIE!, come se poi una semplice cronaca fatta bene fosse un delitto), negli anni ’50 nessuno scrittore, soprattutto un mondano come Capote, si sarebbe arrischiato a sporcarsi le mani con la brutta brutta brutta cronaca nera (una scelta che costò peraltro allo scrittore molte accuse di voyeurismo).

E i fatti di cronaca raccontati in A Sangue Freddo sono effettivamente efferati: una classica e bella famiglia americana trucidata nel conforto della propria abitazione senza un’apparente perché. I fatti, avvenuti il 15 novembre del 1959, accesero l’immaginazione di Capote già il giorno successivo, quando un trafiletto del New York Times rese nota al grande pubblico l’eccidio dei Clutter.

Una tragedia che si era perpetrata nel cuore pulsante dell’America, fatta di lavoratori operose e di pie ragazze che a quindici anni cominciano a frequentare quello che sarà l’amore della propria vita. Il sogno americano stravolto, violentato, fatto a pezzi.

Prima che i responsabili della strage fossero catturati, Capote decise di arrivare sul luogo per scrivere sul crimine. Con l’amica d’infanzia e scrittrice  Harper Lee, interrogò a lungo le persone del luogo e gli investigatori assegnati al caso.

Gli assassini dei Clutter furono catturati nel corso della laboriosissima stesura del racconto, inizialmente pubblicato a puntate sul New Yorker nell’anno 1965 e solo successivamente pubblicato in un unico volume.

Capote lavorò per oltre sei anni al romanzo: sembra incredibile in anni come i nostri, nei quali con un click hai tutte le informazioni a portata di mano.

Capote, da bravo scrittore – giornalista, individua con fiuto eccezionale le fonti che daranno spessore narrativo al suo lavoro: la vivace postina, gli amici dei Clutter, coloro che hanno fatto la storia della cittadina di Holcomb. Eccezionali sono le descrizioni dei singoli personaggi: i vari membri della famiglia Clutter (dalla nevrotica Bonnie a Nancy la perfettina), i due assassini (il malinconico Perry e l’affascinante Dick), l’austero e corroso dal lavoro investigatore Dewey.

Una meravigliosa prova di scrittore, un esempio per tutti noi comunicatori (e una storia che sembra non essersi del tutto esaurita, come dimostra questo articolo)

Per leggerlo prima che sia troppo tardi, ovvero della trasposizione televisiva

Qui sembrerò l’ultima ad avere avuto un’illuminazione, ma vi posso garantire che moltissimi non hanno ancora letto la quadrilogia dell’Amica Geniale (2011-2014). Io stessa sono tra quelli che approfitteranno della pausa estiva per concludere la serie, della quale ho letto solo L’Amica Geniale (il primo capitolo, che dà il titolo all’intera saga) e Storia del Nuovo Cognome (il secondo volume).

Anzi, vi dirò di più: molti ignorano la stessa esistenza del fenomeno Ferrante. Quando ad autunno dello anno la mia città è stata scelta come location principale delle riprese della serie TV tratta dal romanzo (una megaproduzione RAI – HBO che arriverà sui nostri schermi ad autunno 2018) in molti si sono interrogati (con un’insistenza che ha lasciato perplessa me e buona parte delle persone che hanno una connessione internet) quale fosse mai la storia che, per mesi interi, ha tenuto in sospeso la nostra provincia.

Della Ferrante, ottima scrittrice che già ha ispirato film di successo, sappiamo quello che si mormora nei salotti letterari. Perlopiù la immaginiamo residente negli Stati Uniti (il che contribuirebbe a spiegare l’entusiasmo incontenibile degli Ammeregani per una storia che si sviluppa nella Napoli degli anni 50 per poi proseguire fino ai giorni nostri).

La storia di Lenù e Lila, due donne che si conoscono da bambine e resteranno avvinte per tutta la vita, racconta esemplarmente come l’amicizia, qualcosa che da sempre immaginiamo spontanea e naturale, possa rappresentare un evento assai complesso della nostra esistenza. Le due donne, determinate e brillanti fin dall’infanzia, si rincorreranno tutta la vita tra rivalità e dipendenza reciproca.

Perchè è importante leggere adesso L’Amica Geniale? Perchè siete comunicatori, e non potete rischiare di farvi trovare impreparati prima che la saga finisca davvero sulla bocca di tutti.

Per chi non ce la fa a mollare la presa neppure d’estate 

Lo so, vi vedo. Magari state cercando su Google “Cosa leggere durante le vacanze?”, forse state addirittura prendendo appunti su questo o quel romanzo. Invece state già cliccando sul carrello di Amazon per acquistare, finalmente, tutti quei manuali tecnici che bramate da tempo (qui c’è la mia wish list in continuo aggiornamento, se c’è qualche benefattore in giro…). Voi in realtà non vi chiedete cosa leggere durante le vacanze, lo sapete già da tempo. Se tuttavia foste uno di quei pochissimi comunicatori (anzi, comunicatrici: è un progetto al femminile) a non seguire l’ottimo Gruppo Facebook Progetto Blog potreste non aver ancora incrociato quella giovane signora tutta speciale che è Agnieszka Stokowiecka.

La bionda e delicata Stokowiecka è in realtà una tigre del blogging: un’esperienza nata nel 2013 con un blog in polacco sulla Valle d’Aosta, maturata poi negli anni con tanti tentativi, buone letture e gli inevitabili errori degli inizi. Nell’ottobre 2016 la Stokowiecka decide di mettere la propria esperienza al servizio di chi ha vissuto le sue stesse difficoltà e apre il Blog Combinando, una vera e propria Bibbia per aspiranti blogger.

Il tempo passa, il nome di Agnieszka comincia a circolare e la giovane blogger viene chiamata per un corso di formazione alla Biblioteca di Arvier in Valle d’Aosta: l’immensa mole di lavoro prelimiare al corso si trasforma tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 nel Manuale Appunti di blogging e di web marketing. Gli Appunti di Agnieszka rappresentano una guida fondamentale per chi ha quello strano pizzicorino nella punta delle dita che urla “BLOG!” ma non sa da dove cominciare: sono tuttavia una lettura assai utile anche per i giornalisti “tradizionali”, soprattutto per quelli da poco transitati al digitale.

Il Manuale di Agnieszka Stokowiecka, disponibile solo online, ha un prezzo di base di 20 euro: l’offerta minim a richiesta per l’associazione La Casa di Sabbia, la Onlus cofondata dalla stessa Stokowiecka peraiutare le famiglie con bambini disabili gravi abbandonate dal sistema. Una vicenda difficile, che la stessa Agnieszka vive quotidianamente in prima persona, con grandi difficoltà ma anche un invidiabile grinta.

Prossimamente uscirà la seconda parte del post: in arrivo atmosfere da Gomorra, matte risate e una storia molto “rinfrescante”.

Hai trovato qualche suggerimento utile? Lascia le tue impressioni nei commenti e condividi l’articolo!

 

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

#GnaMeat Campania: quando la carne non è peccato (e come raccontarla)

I peccati della carne sono di gran lunga quelli che preferisco.

In ogni senso: da quelli strettamente connessi ad attività riproduttive adoperate a scopo ricreativo, passando per la gola (che è sì piacere carnale, anzi, provate a smentirmi), ogni peccato capitale che presupponga un’indulgenza al piacere qui è ben accetto.

Ovviamente rientrano tra i piaceri della carne anche quello che provi quando la carne te la metti sotto i denti per finalità alimentari: un peccato che oggi, tra crociate vegane e bistecche sotto accusa per tutti i mali del mondo, si confessa a voce bassa, come una scappatella con la segretaria o con il maestro di tennis

Ma qui, in camera caritatis, lo possiamo dire: la carne è buona. E non solo: è intrinsecamente trasgressiva. Ad ogni boccone, sai che un povero animale è morto per il tuo piacere, che non stai esattamente ingurgitando le calorie di un minestrone, che tutte quelle storie sulla carne rossa non saranno state raccontate per caso: tuttavia la carne resta una di quelle tentazioni un po’ colpevoli dalle quali solo pochi di noi riescono a sfuggire.

Quando ho ricevuto l’invito di Federcarni e YouMeat per il primo #GnaMeat campano, la parte di me temperante, quella che sfugge gli eccessi e mira alla salubrità, ha accolto con una certa diffidenza l’idea di una serata ad alto tasso di calorie animali: l’altra parte di me, il Dionisiaco, già pregustava i vini che avrebbero accompagnato questa nuova esperienza gastronomica.

Nei giorni che hanno preceduto l’iniziativa, sognavo rollè di manzo che saltavano staccionate e conturbanti donne – bovino che occhieggiavano dalle loro stalle. L’idea di una serata a base di sola carne mi stuzzicava, mi sembrava vagamente perversa: TUTTA! LA! CARNE! DA! FUORI! Una sorta di esibizionismo gastronomico, insomma: una serata vegana, probabilmente, non avrebbe sortito lo stesso effetto.

porca vacca
“E che ci vuole a raccontare di una grigliata di carne?”. Ecco, beh, insomma. Credits by www.veganzetta.org

Cosa è successo, quindi, quando il 22 novembre scorso food blogger campani, influencer e beh, me, ci siamo trovati attorno alla stessa tavolata per scoprire le sorprese che Youmeat aveva in serbo per noi?

Questa è la storia di una serata ad alto godimento gastronomico, nonché di una scoperta di qualcosa che, probabilmente, mai avrei immaginato nè  saputo raccontare: 

La carne non gode un momento di grandissima popolarità.

Anzi: da un eccesso di consumo (che ha danneggiato fortemente il mercato in quanto ha costretto ad una sovrapproduzione, con conseguente calo della qualità), siamo passati ad una vera e propria psicosi che, dalla Mucca Pazza in poi, ha gradualmente ristretto il campo di un alimento che è parte della nostra tradizione ma che, e questa è la chiave di lettura di tutta la faccenda, non può essere consumato come oggi siamo abituati a fare.

La carne va mangiata con moderazione, privilegiando la qualità alla quantità, va preparata con cura e comprata con attenzione da macellai che sanno fare il proprio lavoro.

Come un produttore di carne può raccontare questa versione della storia, a fronte di un’opinione pubblica che ogni giorno racconta

E qui entra in gioco Federcarni, la federazione italiana dei macellai, che da vera insider ha rilevato già da tempo quella che è una vera e propria emergenza produttiva: pochi, pochissimi giovani sono interessati al lavoro del macellaio. Un lavoro faticoso che richiede competenze tecniche specifiche, una conoscenza eccellente dei diversi tagli, la consapevolezza di tutti i passaggi che rendono speciale anche una semplice bistecca alla piastra.

Il mio, il nostro immaginario relativo alla carne è assuefatto alla vista delle sconfinate distese di fettine incellofanate che invadono i banchi frigo dei nostri supermercati: con quella che è a tutti gli effetti una pornografia alimentare, la sovraesposizione ad un alimento ormai di routine ne svilisce la magia, la vera essenza, l’esperienza di gusto.

Ed è proprio dal ricordo delle carni battute con amore, dell’agnello pasquale che solo trent’anni fa veniva condiviso con attenzione, le piccole carni da lattante suddiviso con le persone più care, del pollo che veniva portato a tavola durante le feste e che stregava tutti con il proprio sapore, che tre giovani professionisti del napoletano hanno scelto di lanciare YouMeat, associazione in difesa della filiera della carne.

Domenico Timbone, Fabio Rossi e Francesco Veneruso, rispettivamente presidente, vicepresidente e consigliere di YouMeat sono i mattatori di una serata speciale, offerta dalla Braceria Barone di Casalnuovo di Napoli. La loro missione è quella di promuovere un consumo della carne più giusto: lungi dal demonizzare un alimento che ha fatto parte da sempre della vita dell’uomo, Domenico, Fabio e Francesco invitano i consumatori ad un atteggiamento critico, ma non sprezzante; di uso, ma non di abuso.

Domenico e Fabio, entrambi avvocati, si conoscono da una vita: condividono i giochi e le gustose pietanze a base di carne del papà di Domenico, macellaio. A loro si aggiunge Francesco, cuoco di professione.

I tre moschettieri della carne napoletana, tuttavia, per una serata cedono il passo a D’Artagnan: è infatti Raffaele Barone, proprietario della Braceria Barone, il vero mattatore della serata.

Dopo una breve presentazione della sua attività – una macelleria di sua proprietà a pochi passi del locale, la scelta di rilevare i locali dove a sua volta il padre era macellaio, e trasformarli in un posto dove non solo è possibile mangiare la carne, ma anche comprarla direttamente dal produttore – Raffaele lascia parlare i suoi piatti.

Per ingolosirci Raffaele ci offre polpettine con panatura di chips e torta rustica salsiccia e friarielli: un assaggio robusto di quello che saremmo andati a consumare e che ha subito chiarito a me e a tutti i presenti che la dieta questa sera sarebbe stata archiviata. Seguono due serie di antipasti: un misto di salumi e formaggi stagionati, cui sono seguite bruschette e fagioli alla messicana. Un assaggio di paccheri alla genovese e una Reale di Scottona Polacca concludono degnamente la cena.

In occasione di quella che gli esperti mi hanno assicurato essere la prima Social Dinner Campana, è stata presentata anche la nuova borsa Federcarni, per la quale accolta Francesco D’Agostino, responsabile marketing di Federcarni Nazionale, ha studiato un’accurata strategia di storytelling visivo, valorizzando la figura dell’artigiano macellaio e la sua bottega italiana per raccontare il prodotto e le persone che ci sono dietro.

Foto foodblogger
Fare i foodblogger è un lavoro rischioso, ma qualcuno deve pur farlo. Anche a rischio di far raffreddare la scottona. Qui vediamo ritratti Licia Sangermano dell’omonimo blog, Fabio D’Amore di Assaggi di Viaggio, Anna Pernice di Travel Fashion Tips e Sabina Petrazzuolo di Uptowngirl. Diana di Psicomunico stava mangiando, a dire il vero.

Tra i progetti futuri di Federcarni e YouMeat, annoveriamo un’Accademia delle Carni, per incentivare un consumo maggiormente consapevole e promuovere le eccellenze del nostro territorio (al via un progetto sul pollo campese giallo) e lo sviluppo di strategie di marketing innovative per raccontare quello che è stata la carne nella nostra storia e come acquistare al meglio: estremamente interessante da questo punto di vista è l’app Meat Up, progettata da un giovanissimo cultore della materia, che consentirà la tracciabilità di ogni pezzo di carne che andremo ad acquistare a partire dal codice identificativo, e ci permetterà di scoprire cosa andremo a mangiare in ogni momento.

La serata si è conclusa con la promessa di rivedersi al più presto ma anche con la consapevolezza che davvero in ogni tradizione del nostro paese esistono storia, cultura e competenze specifiche che spesso ignoriamo. Storie che vanno raccontate anche, anzi, soprattutto, quando si tratta di cose apparentemente banali come, ad esempio, il mangiare. E poi, suvvia! i peccati di gola non sono poi così male.

GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)

GIUSEPPE RUSSO – LA GUERRA DIMENTICATA: ti racconto una storia, anzi La storia (della seconda guerra mondiale in Campania)
La storia non è quella dei libri, o almeno non solo. La storia è ciò che accade quotidianamente, e soprattutto ciò che è accaduto a chi ci ha preceduto. Non esserne consapevoli significa negare un’evidenza e, soprattutto, mettere a rischio la propria identità. Giuseppe Russo, nella sua trilogia “I caduti di pietra”, giunta al suo secondo volume “La guerra dimenticata”, ci racconta la storia dal punto di vista dei nostri beni culturali e delle nostre tradizioni deturpate da strategie politiche e guerra.
Giuseppe Russo, lo scorso novembre, ha pubblicato il secondo testo della sua trilogia “I caduti di pietra”, volume dedicato allo scempio di vite e di cultura in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. “La guerra dimenticata”, ultima pubblicazione lanciata l’otto novembre 2016 a Caserta, prosegue il discorso iniziato da I caduti di pietra, storia di una regione in cui cadde anche la cultura (Campania 1940-1943), ampio progetto che prevede, nel 2018, anche l’uscita di un terzo e conclusivo capitolo dedicato a tutto il territorio nazionale. Il suo lavoro, basato su ricerca scientifica ma affrontato con lo spirito della divulgazione e la curiosità storica, commemora le vittime civili del secondo conflitto mondiale, ma soprattutto analizza e ci ricorda lo scempio di monumenti, edifici, piazze, chiese, musei, biblioteche, università e archivi che, in linea con le azioni terroristiche di oggi, più che a una vittoria di guerra mirava a “distruggere il morale” della popolazione.

guerra dimenticata
La guerra dimenticata

 

 

Ho incontrato Giuseppe in un pomeriggio di maggio, alla vigilia della presentazione de “La Guerra Dimenticata” all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Caserta. È con me a un tavolo di un bar, insieme alla moglie e alla figlia, entrambe complici e sostenitrici di questo storico atipico, nato e cresciuto nell’informatica e, dalla laurea in poi, studioso della Seconda guerra mondiale per amore del nostro Paese e delle sue bellezze.

Il tema della tua trilogia racconta una storia meno nota, abbastanza lontana dalle fonti ufficiali. Come ti è venuta questa idea?

Ho una formazione da informatico, ma ho sempre avuto un particolare interesse per la storia: sono cresciuto con le storie di guerra dei miei genitori, e quando mi sono sposato ho ascoltato quelle dei miei suoceri. Da ragazzo poi, come tutti i miei coetanei, frequentavo la Reggia di Caserta: allora non la vivevamo solo come un monumento, ma come una mamma di pietra, un luogo di aggregazione del quale ero letteralmente innamorato. Il “colpo di grazia” l’ho poi avuto preparando la tesi di laurea con il professore, e storico della SUN, Paolo De Marco, che mi aveva affidato l’incarico di archiviare e revisionare alcune foto e documenti della Seconda guerra mondiale: confrontando la Campania di oggi e quella di allora ho avuto modo di osservare dei “micromovimenti” che mi hanno suggerito un altro modo di vedere la storia, ed è proprio da questo che sono partito. Notai le enormi devastazioni subite dagli edifici civili, dalle piazze, dai locali di ritrovo, dai beni culturali, addirittura i cambiamenti mentali e culturali portati dalla guerra che nei testi ufficiali difficilmente sono riportati. Da qui il desiderio di riportare alla luce quelle storie di quotidianità che con i bombardamenti sono state perse. Tra l’altro sono personalmente convinto che, quando parliamo di una guerra, dobbiamo parlare anche della perdita di capitale umano, ovvero di tutte quelle vite che sono state bruscamente interrotte e che avrebbero potuto cambiare, magari, la storia del nostro Paese. Ad ogni modo, pur parlando di questioni serie il mio ideale è trasmettere il concetto che la storia può essere divertente e far capire a tutti che, soprattutto, essa è composta da piccole azioni quotidiane che riguardano tutti noi e successivamente si amalgamano nella storia dell’intero popolo.

Raccontaci qualcuna di queste azioni.

Tra gli aneddoti più divertenti che racconto, il mio preferito è la “guerra dei coppini”: si parte da una situazione assai triste, ossia l’obbligo che ricorreva di cedere gioielli di famiglia, targhe metalliche della propria professione e pezzi della propria vita, come i corredi domestici, perché il fascismo aveva bisogno di costruire armi per le nostre forze armate. In questa situazione, non facile né piacevole, le donne lottavano con forza perché almeno le pentole non fossero loro confiscate. Molte dicevano addirittura di preferirsi “con le corna piuttosto che senza coppini”, appunto. Erano donne semplici, ma forti e capaci di sostenere il peso dell’intera famiglia, anche se in quel difficile periodo storico avevano, spesso, il solo corredo della cucina come “arma per la sopravvivenza”,  e riuscirono a fare miracoli sotterrando pentole e mestoli nei giardini per evitare di restare senza la possibilità di cucinare per gli amati figli.

La storia, però, è anche fatta di sport e tifo, e magari farà piacere ai tifosi del Napoli sapere che la propria squadra, che rappresenta non solo la città ma l’intera regione, è stata una delle prime società in Italia ad avere un proprio stadio. Costruito per dare una “casa” alla neonata squadra del Gioco Calcio Napoli, sorta nel 1926, lo storico “Stadio Ascarelli” fu usato anche in occasione dei mondiali del 1934. Purtroppo fu bombardato e centrato più volte e mai più ricostruito, lasciando un vuoto poi colmato dal San Paolo di proprietà del comune. A parte questo, ci sono tanti episodi che ci ricordano che Napoli, prima della Seconda guerra mondiale, poteva vantare ricchezze e forza industriale. Basti pensare a La Precisa, una delle imprese più fiorenti del sud Italia prima convertita in fabbrica di armamenti e poi bombardata e definitivamente abbandonata; o all’Alberti di Benevento, la famosa fabbrica che ancora oggi produce il saporitissimo liquore Strega, che con un solo macchinario superstite dopo i bombardamenti del 43 è riuscita, in pochi anni, a riprendere le esportazioni. Io ritengo sia stato il primo vero esempio di “miracolo economico italiano”. Anche qui la guerra ha segnato la storia, per una volta in senso positivo: l’Alberti, alla luce delle proprie esperienze, ha deciso di istituire un premio ispirato al premio Nobel, perché la bellezza dell’arte e della letteratura  potesse cancellare le brutture della guerra ed evitare che si ripetessero: il premio Strega, appunto.

Napoli bombardata
(Uno dei terribili bombardamenti subiti da Napoli durante la guerra) Image courtesy of Nara, USA.

Da quello che racconti sembra che l’Italia dopo la Grande Guerra stesse trovando un suo equilibrio. Eppure sembra fosse un equilibrio abbastanza precario…

La Prima guerra mondiale in realtà non era finita: erano tanti i segnali che avrebbero permesso, ad un occhio più smaliziato, di capire cosa stava bollendo in pentola. Nelle città si cominciarono a creare sistemi di protezione attorno alle opere d’arte, a “impacchettarle”, e tutti i metalli che potevano essere messi da parte cominciarono a sparire. Gli orti urbani, che oggi sono una cosa assolutamente positiva e come tali vennero celebrati anche negli anni trenta, ma solo per propaganda, avevano in realtà un’unica funzione: nascondere la mancanza di risorse alimentari.

“La Guerra dimenticata” è un’opera in tre volumi, i primi due dei quali si concentrano maggiormente su Napoli e Caserta. Parli spesso di Napoli come “città martire” eppure non era la città più ricca d’Italia, né la più grande. Perché quest’accanimento?

Napoli è stata una città “martire” per una serie di ragioni: per la concentrazione altissima di opere di interesse culturale, per le fabbriche fiorenti, per la presenza di uno dei porti più grandi di Italia. Un’operazione puramente militare avrebbe potuto colpire altre città, o puntare espressamente su obiettivi militari, e invece no. Obiettivo dei bombardamenti era destabilizzare la popolazione, colpirla nell’animo. Un po’ come attualmente fanno i terroristi colpendo locali tipo il Bataclan a Parigi. Il nord Italia aveva industrie e ugualmente importanti centri monumentali, ma era più difficile da colpire all’inizio della guerra; il centro Italia aveva la protezione del papa e per anni fu fuori dalla portata dei bombardieri. Il sud Italia era un bersaglio ideale. La Campania, poi, era regione strategica per i porti, i collegamenti diretti con la capitale e per tante altre ragioni storiche che il lettore scoprirà nel testo. Ed è per questo motivo che la mia trilogia parte da Napoli e dalle città della Campania. Non è mero campanilismo regionale, ma piuttosto la rilettura precisa dei motivi che fecero di Napoli la città più bombardata in Italia durante la guerra, quella con il maggior numero di perdite civili e culturali e la prima grande città a liberarsi da sola dai nazisti pochi giorni prima dell’arrivo degli angloamericani. E’ dalla Campania che parte la vera storia della guerra in Italia.

benevento
(La distruzione della Cattedrale di Benevento, e di tutto il centro storico della città, è testimonianza diretta dei bombardamenti terroristici che subì la nostra regione soprattutto dal 1943) Image courtesy of Nara, USA.

Con i tuoi studi hai avuto sicuramente accesso a documenti importanti: eppure, dalle tue testimonianze emerge molto spesso la voce autentica del popolo: cosa ti permette di avere così tanti contributi?

Il mio essere scrittore è stato permesso dalle circostanze, ma anche dalle reti di relazioni che volta per volta si sono ampliate e hanno permesso di dare seguito alla mia opera, prima con un secondo libro e poi con un terzo, che vedrà la luce nel 2018. Molti degli incontri più fortunati sono avvenuti proprio durante le presentazioni. Ad esempio, durante la presentazione a Villaricca ho conosciuto il nipote di un soldato di artiglieria che aveva perso la vita a Padova: da questo confronto ho avuto molte informazioni che confluiranno nel terzo testo, e il 26 maggio sarò a Ponte San Nicolò (Padova) per presentare “La guerra dimenticata” grazie all’ANPI e con la partecipazione proprio del Comitato Mura, l’Associazione che si occupa di recuperare la memoria dei bombardamenti su Padova dove morì, appunto, Benedetto Ferriol, il nostro conterraneo massacrato nel Bastione Impossibile durante l’attacco dell’8 febbraio 1944. Abbiamo unito, grazie alla cultura, la storia della Campania, quella di Padova e quella di tante anime innocenti vittime di una vera e propria guerra terroristica. Se, infatti, finora mi sono concentrato molto nel sud, varie vicende mi stanno portando sempre più spesso al nord, dove l’interesse per questi temi è cresciuto, e stanno indirizzando le mie ricerche verso l’America e la Gran Bretagna, dove mi recherò presto per recuperare nuove foto delle nostre città massacrate dai bombardamenti, dalle ritorsioni naziste e dall’occupazione angloamericana. Per il passato e per il presente ringrazio intanto, tra gli altri, l’Ammiraglio Pio Forlani, che ha scritto una bellissima prefazione, e Domenico Valeriani, Presidente del Consiglio Comunale di quella Bellona che è stata vittima di una delle stragi più brutali della storia di Italia, e Antonietta Cutillo, sopravvissuta al bombardamento del rifugio di Corso Trieste a Caserta che ha subito accolto la mia ricerca con attenzione, concedendomi una fondamentale intervista. Tra l’altro devo segnalare che a breve vi sarà l’aggiornamento del testo, e in questa seconda edizione, oltre a nuove foto e mappe, vi sarà la storia della strage di Campagnola grazie all’interessamento del Comune di Marzano Appio, il quale ha concesso il patrocinio insieme alle Città di Bellona e Mignano Monte Lungo, e a due fondamentali Associazioni territoriali: l’A.N.F.I.M. e la Onlus Ciò che vedo in città – S.Maria C.V. A tutte queste amministrazioni e a queste associazioni devo i più sentiti ringraziamenti per il supporto morale e culturale prestato al mio progetto.

patrocini
(Il testo, come si nota dall’immagine di benvenuto in presentazione, è patrocinato da diverse amministrazioni e associazioni)

Ho idea che il tuo libro possa avere qualche avversario: come è stato accolto?

In realtà non ho avuto particolari problemi, anche perché cerco di essere sempre molto obiettivo. Quando citi fatti reali, non c’è nulla che ti possano recriminare. C’è qualche neoborbonico che avrebbe voluto strumentalizzare ciò che dico, ma non ho prestato il fianco a questa possibilità: anzi, affermazioni che condannano l’Unità d’Italia lasciano intendere un’assoluta inconsapevolezza di quello che sarebbe successo se non fossimo diventati un unico paese. Saremmo stati abbandonati, con dei sovrani che giustamente pensavano più al loro tornaconto che alla nostra città. Quindi no, mi tengo ben lontano da queste teorie. Quello che più mi preoccupa però è la rivalutazione del fascismo che vedo da più parti. Io sono il primo a dire che “col fascismo ci sono state anche cose buone”: penso alla legge Bottai, la prima che ha tutelato i nostri Beni Culturali e li ha difesi anche dallo stesso Mussolini che già aveva donato con troppa leggerezza all’alleato Hitler alcune nostre opere. Ma da qui a dire che questo periodo storico debba essere rivalutato, ce ne vuole. Io sono per l’oggettività. Bisogna far parlare i documenti, che dicono, guarda caso, che la nostra Italia era impreparata per la guerra in modo drammaticamente chiaro. Lo affermavano i vertici dell’amministrazione dell’epoca, eppure alcuni ancora credono in quell’azzardo che Mussolini fece, portando il Paese verso il baratro. Bisogna leggere “le carte” come si dice spesso.

Come è stata organizzata la pubblicazione di questi testi?

Ho scelto di autopubblicarmi: all’inizio è stata una necessità, ma oggi sono felice di averlo fatto. Sono stato libero,e sono libero, dalla prima all’ultima pagina: oggi ho qualche editore che mi fa la corte, ma credo che continuerò come ho fatto finora, senza vincoli. Se poi c’è qualcuno che vuole lasciar spazio totale all’autore senza restrizioni politiche o comunicative, allora sono qui, pronto a valutare insieme ai professionisti del settore.

Libero, curioso e dotato del naturale dono di fare rete, Giuseppe Russo ha trovato la sua strada nella ricerca storica: staremo a vedere cosa farà dopo il terzo volume della trilogia: si dedicherà ad un altro periodo storico o proseguirà nelle sue ricognizioni sulla Seconda guerra mondiale?

 

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Il Mann lancia Father and son: quando lo storytelling si fa con i videogiochi

Diciamoci la verità: se oggi apprezzi i musei, non è detto che tu lo abbia fatto anche da piccolo.

Ricordo distintamente quando, durante le gite scolastiche, con un pesantissimo zaino sulle spalle e oltre 20 testoline davanti alla mia, fingevo di interessarmi a cose che non capivo (sì, sono una paracula since 1983).

Merito di questo scarso amore per l’arte fu probabilmente l’assenza di strumenti che mi avvicinassero effettivamente ad essa, ad una comprensione di quello che mi si parava davanti: l’età, la curiosità per la storia ed il senso estetico che pervade ogni molecola della mia esistenza hanno permesso il mio riavvicinamento ai musei ben dopo i 20 anni, e certamente non potrei definirmi un’esperta.

Quindi, lodi al Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che ha prodotto un videogioco, destinato a un pubblico di tutte le età.

“Father and Son”, questo il titolo del videogame, rappresenta un’esperienza unica a livello mondiale: mai un museo si era infatti spinto così tanto nella battaglia tra il mondo delle belle arti e quello della tecnologia.

Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche
Uno storytellig di classe che viaggia attraverso le epoche

Trait d’union tra due galassie così distanti sarà, come spesso capita, la bellezza; nello specifico, la bellezza di Napoli, con le sue celebri opere e l’architettura dei suoi luoghi: ben tre chilometri di strade napoletane sono state disegnate a mano per la realizzazione del videogioco, con una precisione ed un’attenzione al dettaglio quasi commoventi.

Altrettanto importante sarà la storia dietro alla (bellissima) grafica: come suggerisce lo stesso titolo, Father and Son intende raccontare i rimpianti di un archeologo troppo innamorato del proprio lavoro per accogliere nel suo cuore la propria famiglia, e la recherche du temps perdu, di un figlio che, a partire dagli appunti nascosti al Museo Archeologico di Napoli, partirà per un viaggio attraverso il tempo e le storie di una città antica e moderna, piena di contraddizioni e di incanto.

“Father and Son”, videogioco realizzato in inglese e italiano, sarà rilasciato gratuitamente e senza contenuti pubblicitari a marzo 2017 su Apple Store e Google Play.

Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son
Una delle illustrazioni di Napoli realizzate per Father and Son

È già on line il sito ufficiale www.fatherandsongame.com,  dove il visitatore potrà visualizzare un’anteprima dei contenuti del videogioco nonché inviare una lettera ad una persona a lui cara. Un’idea di interazione che si ricollega all’incipit ed alla copertina attuale del gioco: la lettera che il padre scrive al figlio, chiedendogli scusa per le sue assenze e invitandolo a ricercare le sue ragioni.

Sono state attivate anche la pagina FB (https://www.facebook.com/fatherandsongame ) ed il profilo Twitter (https://www.twitter.com/FatherandSonVG ) del gioco.

L’ideazione di un videogame che abbia come contenuto il Museo Archeologico Nazionale si deve al Prof. Ludovico Solima – ha spiegato Paolo Giulierini, direttore del MANN –mentre la sua realizzazione a Fabio Viola. Ci permette di raggiungere uno degli obiettivi fondanti del Piano Strategico: la connessione con il pubblico, sia quello che visita il museo sia quello virtuale. In tutto il mondo si potrà interagire con i contenuti storici del nostro Istituto e della città di Napoli attraverso questo peculiare strumento, che ormai va annoverato tra le nuove forme d’arte, non si può che essere soddisfatti della nostra disseminazione culturale”. Ha contribuito ai contenuti del videogioco anche il prof. Ludovico Solima (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”), che ha inoltre partecipato alla redazione del “Piano Strategico 2016-2019” del Museo: obiettivo per il triennio è quello di arrivare a nuovi pubblici attraverso la tecnologia e la rete, in una prospettiva di audience engagement, cioè di coinvolgimento attivo del visitatore.

Anche il mondo dell’Arte, quindi, sembra pronto ad una nuova sfida: comunicare in modo più moderno, più al passo con i tempi. Una nuova strategia di storytelling che, si spera, riuscirà ad attrarre l’attenzione di giovani e giovanissimi molto più dei rimbrotti dei loro insegnanti.